Il silenzio prima delle parole

E se in seduta non so di cosa parlare?

 

Mi è successo spesso. La persona entra, si siede e mi guarda con quell’aria che racconta mille emozioni insieme: imbarazzo, nervosismo; lo sguardo è basso o vaga nella stanza. Poi, piano, arriva la frase che apre il silenzio – o forse che lo nomina: “Non so di cosa parlare…”. Alcuni restano sorpresi. Hanno desiderato così tanto iniziare questo percorso e, ora che finalmente hanno trovato il coraggio, si sentono bloccati, come se le parole, tanto attese, all’improvviso non ci fossero più. Altri invece si rimproverano di non avere quelle giuste.

Eppure, vi dico una cosa: è normale.

All’inizio del percorso, quando tutto è nuovo e ancora incerto, capita spesso. Ma può succedere anche più avanti, pure a chi pensa di sapere bene cosa dire. Ci sono infatti giornate in cui trovare un punto di partenza tra pensieri ed emozioni sembra impossibile, come se le parole si fossero tutte spostate un passo più in là.

I motivi possono essere molti. La settimana può essere stata intensa, piena di impegni pratici, senza spazio per fermarsi ad ascoltarsi e dare un nome a ciò che si muove dentro. In altri casi, alcune emozioni cercano di restare in ombra: sensazioni delicate, spesso dolorose, che inconsciamente cerchiamo di proteggere. Guardarle farebbe male, ma anche non farlo crea scomodità. Va bene così: ogni cosa si affronta piano, rispettando i tempi di ciascuno. In altri casi ancora, la persona potrebbe non essere abituata a parlare di sé stessa, delle proprie emozioni, di come sta. Forse vi sorprenderà saperlo, ma serve esercizio anche per aprirsi ad un altro, per trovare parole che non sono mai state allenate: non è sempre facile, a volte può fare paura, altre creare disagio. Se questo fosse il caso, è semplicemente un tratto di come quella persona è fatta: non c’è nulla da giudicare, solo uno spazio in cui restare, per lasciare emergere ciò che può essere compreso. E poi c’è quella sensazione che mi piace chiamare “vuoto troppo pieno”: dentro c’è così tanto che diventa difficile scegliere da dove partire, quali parole prendere per prime. Troppe emozioni intrecciate, pensieri che si accavallano, ricordi che bussano insieme. È come stare in una stanza affollata: ogni angolo ha qualcosa da raccontare, ogni spazio è occupato, e diventa impossibile capire da dove cominciare.

E cosa fare allora quando le parole sembrano fuggire?

La prima cosa è sentire il corpo. Sedersi sulla poltrona, percepire il contatto dei piedi sul pavimento, il peso delle mani sulle ginocchia, la superficie del divano sotto di sé, la schiena appoggiata. Sentire il corpo è un modo semplice e potente per radicarsi nel presente, per accorgersi di ciò che c’è, anche quando le parole non arrivano.

La seconda è respirare. Inspirare lentamente, espirare. Lasciarsi attraversare dal respiro senza fretta. Ripetere se serve… piano, lentamente. Il respiro calma, rallenta, crea uno spazio in cui le parole possono tornare.

La terza è accogliere ciò che sta succedendo, dare voce al silenzio. A volte basta fermarsi un attimo e lasciare uscire quello che c’è, così com’è: “non so cosa dire”, “non so da dove iniziare”, oppure “non ho avuto tempo di riflettere”. È sorprendente come pezzi così piccoli possano aprire mondi tanto grandi.

Oltre a tutto questo c’è un’altra cosa importante da tenere bene a mente…

In quella stanza siamo in due.

Non è necessario avere tutto chiaro, con le parole già pronte o le idee ordinate, nessuno se lo aspetta. Lo spazio della seduta esiste proprio per prenderle insieme, quelle parole, per esplorare, ascoltare, scoprire passo dopo passo. Non sempre si deve fare da soli: ci sono momenti in cui lasciarsi guidare ed accompagnare è una possibilità da considerare, e questo è uno di quelli. Restare presenti, seduti insieme, permettere alle cose di emergere piano piano: è già un passo, è già un incontro.

Cosa intendo?

Immaginiamo alcune possibili scene. Nella prima, dopo l’imbarazzo del silenzio, la persona inizia a rilassarsi, respira, passano alcuni secondi… Poi prende fiato e dice: “Non so di cosa parlare, è stata una settimana così stressante, sono stato distratto”. In quella frase c’è già molto: c’è la fatica, il peso accumulato, qualcosa che ha premuto e che ora chiede spazio, chiede parola. Da lì si può restare su quello stress, ascoltarlo, capire dove ha fatto più rumore, cosa ha tolto, cosa ha lasciato. Seconda scena, stesso inizio, ma le parole cambiano: “Non so cosa dire… ho paura di annoiarla”. Qui non c’è solo il silenzio, c’è una preoccupazione, un timore dell’altro, forse una vecchia esperienza che si riattiva. È come se, insieme alla persona, entrasse nella stanza anche quella paura. E anche questo diventa materiale vivo, qualcosa da guardare con attenzione. Ed infine, terza scena, parole ancora diverse: “Mah… che dire? È stata la solita routine”. E dentro quella frase apparentemente piatta, una piccola parola soltanto – “solita” – racconta di un mondo fatto di stanchezza, di immobilità, del peso dei giorni che si assomigliano troppo. A volte è proprio lì che affiora un senso di insoddisfazione, o il desiderio, ancora confuso, che qualcosa cambi.

In questi momenti, il “non so cosa dire” non chiude la seduta: la apre.

È una porta socchiusa, un segnale fragile, ma autentico. Basta restare lì, insieme, e ascoltare cosa sta chiedendo di essere detto.

Perché anche quando le parole arrivano piano, anche quando sembrano poche, sono già abbastanza per cominciare.

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